Il codice è formato da un insieme di fogli ripiegati e riuniti in fascicoli, i fogli che potevano essere pergamenacei o cartacei erano piegati e inseriti l'uno dentro l'altro. Questi fascicoli erano tenuti insieme e protetti da due piatti collegati tra di loro da un elemento semirigido che, insieme, prendono il nome di rilegatura. I codici presentavano i fogli piegati in due (diplomi) e cuciti nel mezzo in fascicoli chiamati binio, terzino, quaternio, quinterno, sesterzio, a seconda del numero di fogli utilizzato per comporli. Prima di essere scritti i fogli venivano rigati e marginati inizialmente a secco, nel corso del XII secolo invece si inizio ad utilizzare l'inchiostro e tramite punte di osso, metallo o piombo venivano tracciate delle linee su un foglio per volta o su più fogli contemporaneamente, seguendo una serie di fori guida, tracciati con un circinus, o punctorium, o subula (punteruolo di ferro o legno) lungo i magini o al centro del foglio. Per scrivere si usava una cannuccia appuntita, il calamus e, dal VI secolo, la penna d'oca. Sul foglio il testo veniva disposto quasi sempre in due colonne, soprattutto in caso di grandi codici liturgici e scritturali, od anche a piena pagina in caso di codici piu piccoli. Una volta scritti e decorati i singoli fogli venivano riuniti a formare il fascicolo, ordinati in successione, fu introdotto a partire dall'XI secolo l'uso dei richiami, la numerazione per carte in cifre prima romane e poi arabe, accompagnata da un registro, un elenco alfabetico-numerico della serie dei fascicoli. I fascicoli cuciti insieme erano infine rivestiti da una coperta ptrotettiva costituita da due assi di legno collegate tra di loro e spesso foderate di pelle , col tempo la rilegatura assunse sempre più un aspetto decorativo i piatti vennero rivestiti in avorio, stoffa, pietre preziose o incise., Le motivazioni di questo cambiamento nel supporto scrittorio si devono soprattutto a una maggiore maneggevolezzo del codice che ebbe la sua fortuna a partire dal III secolo dai cristiani che ne affermarono e ne diffusero l'uso. Con l'affermarsi della Chiesa ci fu un processo di codicizzazione, compiutosi tra il IV e V secolo di molti testi della cultura classica dai rotoli di papiro ai codici pergamenacei, giunge cosi a compimento la lenta evoluzione del libro, poichè nel corso dei futuri secoli saranno portate modifiche sul metodo di impaginazione, rilegatura e scrittura, ma l'idea di una serie di fogli composti a formare un supporto maneggevole, legati in moda da poter essere facilmente sfogliati, resterà da questo momento della storia la struttura base del libro. Insieme al suo aspetto formale vi è un altro importante cambiamento che riguarda i luoghi della produzione del libro, dalle antiche botteghe si passa alle istituzioni ecclesiastiche, perlopiù nei monasteri dove vi era sempre una scuola destinata all'educazione dei clerici. Per tutto l'Alto Medioevo furono dunque i religiosi ad occuparsi della fabbricazione manuale dei libri e della scrittura dei codici, i monaci addetti alla scrittura erano dei copisti che lavoravano in appositi locali chiamati scriptoria, sedevano su sgabelli (scranni) di fronte a dei banchi appositi (plutei) forniti di un piano superiore inclinato, ogni monaco copiava ciascuno un manoscritto diverso o diverse parti dello stesso, ma la maggior parte delle volte scrivevano sotto dettato, seguendo la guida di un maestro detto armarius.

Il codice ben più del rotolo agevolò l'arte della decorazione, o miniatura che si afferò nel corso del IV secolo

Come decorazione pittorica del libro manoscritto, a piena pagina o limitata alle iniziali, la miniatura è esistita fin dall’età ellenistica, e fu preceduta da disegni, di soggetto simbolico o narrativo, su papiri. Tuttavia non ci sono pervenuti manoscritti illustrati anteriori al 4° sec. d.C. e la nostra conoscenza della m. più antica si basa essenzialmente su testimonianze letterarie e su copie medievali.

Ricettari e trattati hanno tramandato nel corso dei secoli consigli e regole della tecnica della miniatura: le Compositiones ad tingenda (manoscritto dell’8° sec. della Biblioteca dei Canonici di Lucca), il più antico pervenutoci, fornisce insegnamenti rivolti anche ad altre tecniche, così come il De coloribus et artis Romanorum di Heraclius, scritto probabilmente in Italia nel 10° sec. (giunto in parte in un manoscritto francese del 14° sec.; il Liber de coloribus illuminatorum sive pictorum, conservato nella Brit­ish Library, e più completo, insieme ad altri trattati, in un manoscritto della Bibliothèque Nationale di Parigi, compilato nel 1431 da J. Le Begue), la Mappae clavicula, un testo risalente al 10°-11° sec. (manoscritto del 12° sec. del Corning museum of glass) e l’importante Schedula diversarum artium, composta nell’11° sec. da Teofilo Monaco. Più specifico è un manoscritto del 14° sec. della Biblioteca Nazionale di Napoli conosciuto come De arte illuminandi, che tuttavia non tratta della pergamena.

Sul supporto pergamenaceo, o più tardi cartaceo, adeguatamente preparato e negli esemplari più preziosi tinto con la porpora, l’opera del miniatore iniziava dopo quella del calligrafo: tracciato con lo stilo di piombo l’abbozzo o direttamente con la penna e l’inchiostro color bistro o seppia il disegno delle figure (si usavano anche matrici di rame incise, soprattutto per il disegno delle iniziali), si procedeva con pennelli di varie dimensioni alla coloritura all’acquerello. I trattati tramandano soprattutto ricette su doratura e argentatura, su preparazione e conservazione dei colori, naturali e artificiali, sui loro leganti (albume d’uovo, gomma arabica, colla di pesce) e su altre sostanze che li rendevano più brillanti e solidi (miele, fiele di bue), ma vi si trovano codificate anche norme sulla sovrapposizione di colori per rendere il modellato (matizatura, quando il colore di fondo si rileva con colori più chiari; incisio, con colori più scuri). Teofilo usa i verbi luminare e illuminare per la stesura di colori più chiari del colore di fondo: illuminatura o alluminatura sono i termini (rimasti nel francese enluminure e nell’inglese illumination e riferiti propriamente alla m. come arte pittorica destinata alla decorazione dei manoscritti), che ricorrono già nel manoscritto di Lucca per la tecnica della miniatura, e illuminatores sono gli artisti che la praticano (di contro alla più usuale derivazione da lumen si è proposta, però, un’etimologia del termine da alumen, l’allume di rocca usato nella preparazione di alcuni pigmenti, lacche alluminate, o illuminate).

Essendo un tipo di pittura più di ogni altro legato a un testo scritto, la miniatura, con la trasmissione manoscritta dei testi, fu elemento essenziale di conservazione di tradizioni iconografiche antiche. Per il suo carattere colto, fu però anche talvolta la più ricca di innovazioni stilistiche e la più pronta all’elaborazione di complessi programmi iconografici tra le arti figurative: così, per esempio, le grandi iniziali dei manoscritti irlandesi (7°-8° sec.) sono tra le più alte espressioni dell’arte medievale, mentre era fondamentale il legame programmatico delle miniature al testo. Numerosi sono, in età romanica e gotica, gli scrittori che hanno miniato, o hanno fatto miniare in base a precisi programmi, i loro trattati allegorici o edificanti (Herrada di Landsberg, Francesco da Barberino e altri).

Per circostanze casuali di conservazione, ma anche per il carattere particolarmente preminente assunto dalla m., la nostra conoscenza della pittura medievale, specialmente fuori d’Italia (Bisanzio, Francia, Inghilterra, Spagna, Germania) si basa essenzialmente sui codici miniati. Particolare importanza ebbe la m. nel Medio Oriente, dove, specialmente in Persia e a Baghdad, furono ampiamente illustrati trattati scientifici (in cui talora si ravvisano gli echi di modelli ellenistici) e testi di letteratura profana, con risultati artistici altissimi, influenzati, dal 13° sec. in poi, dalla grande arte cinese. La scuola persiana influenzò a sua volta l’indiana.

In Occidente, il rinnovarsi degli studi scientifici e l’impulso della cultura di corte, interessata alla raffigurazione della vita profana, favorirono nella m. quello studio attento e diretto della realtà naturale che fu uno degli elementi essenziali dell’arte della fine del 14° e dell’inizio del 15° sec. in Italia e in Fiandra. È in questo periodo che sono attestati più frequentemente nomi di miniatori, e in taluni casi si tratta degli artisti più eminenti dell’epoca (G. De’ Grassi, L. Monaco, J. de Hesdin, quindi Beato Angelico, J. Fouquet). La diffusione della stampa accrebbe la preziosità e la rarità del manoscritto miniato e fece divenire la miniatura una specialità piuttosto che un’arte, malgrado alcune eccezioni.

 

 

Il codice